Società della Salute della Zona Pisana
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 Sono stati 73 i cosiddetti “soggetti deboli” che, in dieci anni, sono passati dai sette ettari di terreno a San Piero a Grado messi a disposizione del progetto dal Centro “Avanzi”del’Università di Pisa. Per dieci di essi l’agricoltura è divenuto un lavoro.

 

 La presidente della SdS Gianna Gambaccini: “Vogliamo favorire la commercializzazione e la vendita dei prodotti coltivati su queste terre”

 PISA, venerdi 29 marzo 2019 – Paolo è un ex detenuto. In carcere si è laureato in ingegneria, fuori ha scelto i campi e oggi è diventato imprenditore e, tornato in Calabria, ha messo in piedi la sua azienda agricola. Maurizio, invece, è arrivato in azienda inviato dal SerT perché alle prese con problemi di alcoolismo: uno stage e poi un tirocinio, infine il contratto di lavoro a tempo indeterminato. “Ha capito che la terra poteva essere davvero una possibilità importante e l’ha sfruttata: ormai sono nove anni che lavora con noi” sintetizza Alessandro Colombini, titolare dell’Azienda quasi omonima, la “BioColombini” di Crespina (Pisa), specializzata in produzione biologica di ortaggi. Sono storie che affiorano quasi con pudore nei racconti degli imprenditori che hanno scelto di percorrere anche la strada dell’agricoltura sociale per generare inclusione, lavorativa e non. Emerse questa mattina, venerdì 29 marzo, nell’aula “Benvenuti” del Centro di ricerche agro-ambientali “Avanzi” dell’Università di Pisa, a San Piero a Grado, a due passi da quei sette ettari di terreno che, ormai dai più di dieci anni, ospitano gli “Orti Etici”, il progetto gestito dall’associazione temporanea d’impresa “Porta Etico” che aggrega realtà pubbliche (Centro “Avanzi”, dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa e ateneo pisano), private (azienda agricola BioColombini) e del terzo settore (cooperative sociali Ponteverde e Arnera), con la fondamentale collaborazione della Società della Salute della Zona Pisana. Frammenti di percorsi di vita, emersi nel corso del convegno “comunità della salute pisana: l’agricoltura sociale a supporto delle reti di protezione locali”, dedicato a storie e prospettive del progetto sperimentale che nel 2018 ha tagliato il traguardo dei dieci anni di attività. Una giornata di studio per dire che “l’agricoltura sociale può costituire davvero la possibilità di coprodurre beni privati, come gli alimenti, e pubblici, quali l’inclusione sociale e lavorativa, e riattivare la società locale all’assunzione di responsabilità multiple nei confronti dei temi come il cibo, il disagio sociale e la qualità anche ambientale dei luoghi di vita” come hanno sottolineato ripetutamente anche Andrea De Conno di Federsanità Anci Toscana e referente nel progetto per conto della SdS Pisana, e Francesco Di Iacovo del Dipartimento di scienze veterinarie dell’Università di Pisa. Lo dicono i numeri più delle parole: 63 inserimenti socio-terapeutici e occupazionali in un decennio di persone inviate dal SerT piuttosto che dell’Uepe (Ufficio esecuzioni penali esterne), ma anche dai servizi di salute mentale e marginalità grave adulta, dieci dei quali trasformatisi in veri e propri posti di lavoro. A cui aggiungere i dieci disabili del progetto Por “Anch’io”. L’agricoltura, insomma può essere davvero una strada per produrre cibo generando inclusione sociale e lavorativa. Per uscire, però, dai limiti delle sperimentazioni occorrono incentivi, “anche sottoforma di agevolazioni fiscali per chi assume soggetti cosiddetti “deboli” in modo da compensare quella che, almeno inizialmente, è una capacità produttiva forzatamente più limitata del lavoratore corrispondendogli, comunque, un salario uguale a quello degli altri dipendenti”, ha spiegato Alessandro Agostini della Fattoria Le Prata di San Martino Ulmiano (San Giuliano Terme), altra azienda collegata ad Orti Etici. “E’ nato un marchio di riconoscimento dei prodotti da agricoltura sociale del territorio pisano – ha sottolineato, invece, Alessandro Colombini-: è importante che sia promosso e sostenuto in modo che pure i consumatori siano consapevoli di ciò che acquistano. Perché, finché un chilo di pomodori da conserva viene pagato sette centesimi al chilo, purtroppo, certi progetti altrimenti possono essere fatti solo su scala ridotta”.

Suggerimenti di cui hanno fatto tesoro il funzionario della Regione Toscana Simone Sabatini e la presidente della SdS Pisana Gianna Gambaccini: “Vogliamo favorire la commercializzazione e la vendita dei prodotti coltivati su queste terre – ha detto quest’ultima -: buoni, sani e con un importante valore aggiunto in termini di inclusione sociale”.